Incerto mondo

Enrico Campofreda

Boochani, il mondo che perseguita i rifugiati

Boochani, il mondo che perseguita i rifugiati

Una lettera. Ha affidato a una lettera il riassunto della propria dura esperienza, e dopo la lettura a Ferrara durante il Festival della rivista Internazionale, si è discusso. D’una storia del Terzo Millennio legata all’origine etnica, al lavoro d’informazione, alla repressione presente in troppi e vari sistemi, alla fuga per sopravvivere, alla condizione di naufrago-rifugiato e poi carcerato per leggi paradossali e inique. La vicenda del kurdo-iraniano Behrouz Boochani può essere quella d’altri giornalisti perseguitati e fuggiaschi, che magari non finiscono nelle prigioni del proprio Paese ma egualmente vivono l’esistenza grama del galeotto. La battaglia di Behrouz, oggi trentacinquenne, è iniziata diversi anni fa nella città di Ilam, dove il reporter lavorava per una rivista culturale. Lo scontro s’è indirizzato verso un organismo potentissimo come la Sepah, l’Intelligence iraniana, che aveva arrestato alcuni redattori. Boochani scriveva e denunciava quella repressione, finché comprese di diventarne oggetto e fuggì.

Una migrazione precaria, appoggiandosi qualche mese in Indonesia, puntava all’Australia terra di rifugio anche politico. S’è recato nel continente nuovissimo con mezzi di fortuna, e il viaggio in barca nelle acque oceaniche è stato un disastro. Naufrago, comunque vivo, è stato arrestato ma indomito è fuggito ancora. In quell’occasione, e siamo del 2013, la traversata s’è conclusa su un’isola appartenente all’Australia. Eppure la buona sorte non sosteneva Boochani, perché da pochi giorni quel Paese aveva votato una legge che portava i richiedenti rifugio politico in un’isola della Nuova Guinea: Manus. Lì alla fine del mondo, il giornalista kurdo s’è ritrovato trentenne, sognatore, caparbio, ma carcerato. Un carcere duro, dove venivano inflitte anche torture sebbene, come ogni prigione, permeabile alla corruzione del personale di sorveglianza. Dal quale Behrouz, che nella lettera scrive d’essersi tenuto su con la scrittura, aveva ottenuto un telefono cellulare col quale filmava la cruda realtà vissuta.

Quel materiale è stato inizialmente utilizzato, pur in forma anonima, da Ong che s’occupano di diritti umani. Finché il caso Boochani non è stato preso in considerazione nella doppia veste di rifugiato-detenuto e giornalista-testimone del Calvario suo e di decine di compagni reclusi. Ne sono nati servizi di accusa del governo australiano e della sua politica dei respingimenti, con la conseguente repressione che non è seconda a quanto accade in altre aree del mondo. Il filmato Chauka, please tell us the time e il libro No friends but the mountains, sono due racconti-denuncia di quanto il giornalista kurdo ha visto, conosciuto e vissuto sulla sua pelle. Sono il frutto d’un lavoro svolto in condizioni complesse, col rischio d’essere scoperto e condannato a trattamenti peggiori del previsto. Per questo ha ricevuto il premio per il giornalismo d’inchiesta intitolato ad Ana Politkovskaja, che pur onorando il vincitore, non lo sazia. Ne rilancia future caparbietà per mettere alla luce certe barbarie del mondo.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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