Incerto mondo

Enrico Campofreda

Beirut, le tombe per una nuova vita

Beirut, le tombe per una nuova vita

Sarcofagi antropoidi, mummie, affreschi restituiti all’intrinseco splendore e alla visibilità dei visitatori. E’ accaduto nei giorni scorsi a Beirut, dov’è stata inaugurata una nuova ala del Museo Nazionale in cui sono raccolti in esposizione permanente meravigliosi tesori millenari. Alcuni avevano rivisto luce solo nel secolo scorso, come la cosiddetta Tomba di Tiro, ritrovata nel 1937 presso la località di Buri Al-Shemali, dove dal 1948 sorge un enorme campo profughi palestinese. Quella tomba era stata danneggiata dai cannoneggiamenti che caratterizzarono i sanguinosi anni di guerra civile libanese (1975-1990). Il Museo di Beirut, che sorge nella metà settentrionale dell’estesa area cittadina, veniva a trovarsi proprio sulla linea di divisione subìta dalla capitale. A ovest ci sono i quartieri musulmani, come la Hamra, dove agivano l’Olp di Arafat e gruppi di sostegno libanese, a est fin verso le colline c’è l’area cristiana, dov’erano acquartierate le milizie della Falange maronita di Gemayel. Lo stesso Museo fu oggetto di contesa fra le fazioni perché una sua conquista significava piazzare lì i propri cecchini, in uno scontro che avveniva casa per casa. Nel Paese dei cedri la sempre delicata convivenza fra confessioni (c’è la copiosa comunità sciita, ci sono i drusi) riceve dall’impegno statale dedicato all’arte un segnale diverso dall’attenzione rivolta prevalentemente al business privato post pacificazione e che, da oltre un ventennio, ha riempito la capitale di banche, lussuosissimi alberghi e residence per straricchi d’ogni provenienza.

I politici locali sembrano, dunque, rivolgere l’attenzione ai capolavori del passato per ridonare al Libano quel valore di ponte mediorientale nella Storia delle civiltà. Uno dei tanti ponti che i conflitti minano. Nel recupero, restauro e risistemazione dell’incomparabile patrimonio svetta il ruolo della Cooperazione Italiana, in quest’occasione impegnata con una sua agenzia in un lavoro meritorio, trasparente, tangibile. L’hanno sottolineato con orgoglio i propri rappresentanti, presenti all’inaugurazione della struttura assieme ai ministri libanese alla cultura, Araygi, e degli esteri italiano, Gentiloni. E’ stato un finanziamento di otto anni fa a rendere possibile il restauro degli affreschi romani, 11 milioni di euro complessivi che riguardano anche i siti archeologici di Tiro (per castello di Chamaa), Saida (per il caravanserraglio) e del Baalbeck. Ora lo sguardo e la mente dei visitatori possono rituffarsi nel mito di Achille, di cui nell’affresco è raffigurata la scena della restituzione delle spoglie di Ettore al padre Priamo, o nel rapimento di Proserpina a opera di Plutone. Altri ambiti in cui la cooperazione italiana in terra libanese si misura sono: l’assistenza ai profughi (storica la presenza palestinese ormai diventata cronica, ma da due anni c’è anche l’emergenza scaturita dal conflitto siriano), l’inquinamento ambientale (la gestione dei rifiuti urbani è uno degli aspetti principali che mette a repentaglio la stessa salute cittadina),  l’implemento della produzione agricola specie di alcune colture come l’ulivo. Ma non si vive di solo pane, e l’arte, si sa, avvicina a Dio.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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