Incerto mondo

Enrico Campofreda

Banksy, Calais e i nostri miserabili

Banksy, Calais e i nostri miserabili

E’ apparsa su un muro londinese, Knightsbridge, nel centro residenziale cittadino, dove le immagini danno fastidio quanto le presenze dal vivo. Trattandosi d’una miserabile, hanno cercato di cancellarla e poi celarla, per preservarla, dicono così, ripetendo anche per un fumetto quel che accade nella realtà. Si tratta del volto smunto di Cosette, l’eroina del celebre romanzo con cui Victor Hugo immortalò le vite di donne e uomini piegati dagli stenti, nella Francia della Restaurazione e poi delle riaccese speranze del Quarantotto. Il murale è un’opera dell’artista Banksy, genio di strada che con spray colorati riproduce le contraddizioni del mondo. Lo fa lì dove la società scava gli abissi delle divisioni di classe, centocinquant’anni e più dopo le vite di Cosette e Jean Valejan. La denuncia di Bansky è bipolare, impressa su una parete dell’ambasciata di Francia in terra britannica, poiché i governi Valls e Cameron si rendono responsabili di quei ghetti di moderni miserabili immersi nella paludosa fanghiglia ai margini di Calais. Visto che la piaga irrisolta dei migranti è incrementata dalle tante guerre che le stesse “repubbliche imperiali” incentivano.

Quel graffito ammonisce: perché ai disperati, già disumanizzati da condizioni esistenziali insostenibili, s’aggiungono trattamenti repressivi che ulteriormente li castigano? Certo, accanto alle speranze di collocazione nelle terre di qua o di là della Manica, spesso deluse da respingimenti, solo l’opera assistenziale di volontari introduce conforto e generi di necessità essenziale. Poi tutto sembra restare eguale: freddo e palta, igiene precaria e assenza di prospettive. Se qualche sindaco incarna gli ideali di Valjean-Madeleine deve fare i conti con norme che diventano più restrittive, non tanto per uno Schengen che rischia di sparire, ma per il possibile esaurimento di recettività di collettività che per paura chiudono le porte. Le palpebre di Cosette si socchiudono nell’assenza d’un orizzonte ridiventato oscuro. Nuovi narratori non solo di penna, ora che la realtà si riproduce con cento e più strumenti, mostrano tutto questo ma la coscienza civile stenta. La Storia sembra aver fermato un moto di progresso costruito sulla dignità che, come i valori della Rivoluzione di Francia, esordiscono e smarriscono la via. Esistono ma restano inapplicati. E nel moderno romanzo il lieto fine non c’è.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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