Incerto mondo

Enrico Campofreda

Arin Mirkan, un doppio sogno per le vite degli altri

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Nei suoi occhi di ragazza Arin Mirkan guarda il mondo con un sorriso. Ci piace pensare lo facesse anche verso quel mondo cupo che si presenta bardato di nero fin sulle porte della sua Kobane, la cittadina della resistenza. Sorride difendendo la propria gente cui era legata come ai suoi figli. Per questo popolo lei sacrifica la vita alla maniera di certo jihadismo più coraggioso degli infingardi dell’Isis e si fa esplodere. Discorrere se il gesto estremo sia frutto d’un meticoloso piano militare o d’uno stato di necessità che, pur nel martirio, le ha impedito di finire preda sacrificale dei nemici suoi e della comunità kurda, ha poca importanza. Resta il gesto in sé, una pratica che la leggenda e la storia hanno indicato ben prima del costume attuato dal combattentismo religioso. Una pratica conflittuale, di coraggio e autoimmolazione che più del simbolo indica la finalità. Un segno d’altruismo estremo, nella sua dirompente fermezza da molti non compresa.

Una scelta che da sola intimorisce il nemico, al di là delle perdite immediate procurategli; ne attacca il delirio d’onnipotenza, l’arroganza con cui da mesi rivolge una violenza bruta contro soggetti inermi: bambini, vecchi, minoranze etniche povere, pacifiche, disarmate. Ostaggi. Già il sussulto dei peshmerga iracheni e dei guerriglieri della Rojava ha creato problemi alla boria fondamentalista. La scarsità delle armi dei resistenti, il limitato coordinamento degli oppositori, l’aiuto tutto da verificare che gli eserciti delle nazioni arabe e turca propensi a raccogliere la chiamata dell’Occidente, hanno mostrato s’è finora rivelato un indice di debolezza di chi dice di voler respingere il predicatore-sterminatore. Eppure le combattenti delle Unità di difesa del popolo si distinguono per decisione e adesione a un progetto che rappresenta un doppio sogno.

Serbare un territorio libero e autodeterminato per la gente kurda. Un esempio rivoluzionario, multietnico, multiconfessionale poco amato non solo dagli islamisti. E la possibilità di realizzarlo e viverlo in una società e con un’esistenza in cui la parità di genere è il presupposto centrale d’un nuovo mondo. Le combattenti kurde incutono timore ai jihadisti la cui credenza militar-religiosa gli impedirebbe, se fossero esse a togliergli la vita, di finire nel Paradiso dei martiri. Ma oltre a tale credo è la potenza sociale, culturale, affettiva, psicologica, dirigente, militare e perché no sessuale della donna – che da oggetto diventa soggetto – a straniare, pur su posizioni diverse, fondamentalisti di religione, politica ed etica. Da Levante a Ponente. Talmente potente e passionale è il modello che le centinaia di Arin e Ceylan e la Rojava tutta, stanno offrendo. Non solamente agli uomini in nero.

Enrico Campofreda

7 ottobre 2014

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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