Incerto mondo

Enrico Campofreda

Afghanistan vivo: il cammino di Mahnoz

Afghanistan vivo: il cammino di Mahnoz

La storia di Mahnoz, diciassettenne afghana di etnìa hazara, è storia di speranza perché a quell’età, pur vivendo dove lei vive nella periferia est di Kabul, devi darti obiettivi e aspettative. Altrimenti sei perduta in una società che ti schiaccia. Mahnoz riesce ad andare a scuola, anzi è giunta all’ultimo gradino delle superiori e sogna l’università. Ha avuto l’opportunità d’essere inserita in un istituto statale, ma confessa che gli ostacoli sono enormi. Non negli insegnanti, sempre appassionati e dediti alla missione d’istruire bambini e bambine, ragazzi e ragazze, ma nelle strutture limitate e fatiscenti. Dice un professore di quella scuola:  “Il ministero dell’Istruzione non rivela, perché di fatto non lo sa, quanti siano gli studenti: undici milioni o sette oppure otto. I numeri son dati a caso…” Il guaio è che gli stessi finanziamenti risultano sempre scarsi nonostante i miliardi che la comunità internazionale ha destinato ai governi, prima Kharzai, ora Ghani.

Non è un segreto: questo fiume di denaro viene accaparrato da politici corrotti che lo spartisce coi propri clan, cui fanno riferimento gli stessi presidenti della nazione. Ultimamente una delegazione di Ong giapponesi, che ha visitato la struttura dove Mahnoz studia, avendo constatato che i padiglioni dove sono collocate le classi erano destinati solo ai ragazzi (le ragazze sono riunite negli spazi esterni o al massimo sotto dei tendoni) ha donato fondi per la costruzione di due strutture per le studentesse. Hanno preteso di veder edificato tutto e il miracolo s’è avverato. Però, il ministero ha irrevocabilmente stabilito che anche quelle aule andassero ai maschi, lasciando le ragazze sempre all’aperto. Afferma Mahnoz: “E’ un’ingiustizia peggiore che nella società perché la scuola dovrebbe essere un luogo protetto, invece…”. La tenacia con cui lei va avanti è, comunque, ferrea. “Concentrarsi sotto la pioggia è duro, ma dobbiamo farlo e possiamo farlo”.

Mahnoz è lì dopo aver superato le resistenze paterne. “Mio padre diceva: la scuola non è per la donna. Le donne stanno in casa, a lavare, cucinare, accudire vecchi e bambini. Un giorno lo presi per mano: papà guardami, il mondo è cambiato, c’è bisogno di conoscenza, come c’è bisogno di tecnologia, non possiamo restare  fermi”. Col tempo è riuscito a convincerlo, sebbene quando lei va a scuola l’uomo si senta preoccupato, il governo non protegge quei luoghi da possibili attentati dei fondamentalisti che s’oppongono all’istruzione femminile. “E’ dura ma sono felice – rivela la giovane – e sono ancora più felice da quando mio padre mi sostiene anche se la pensa diversamente da me. Mi ha offerto un’opportunità che è ragione di vita, pur nelle nostre ristrettezze economiche, visto che vende frutta e verdura e i guadagni sono limitatissimi. Oggi mi guarda e dice: continua figlia, sono orgoglioso di te”.

Enrico Campofreda

photocredits: seair21

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello – Leggeri e pungenti, 2017, Lorusso Editore, Roma.

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