Incerto mondo

Enrico Campofreda

Ḥafeẓ, la secolare mistica dell’amore

Ḥafeẓ, la secolare mistica dell’amore

Ero perso con lo sguardo verso il mare. Ero perso con lo sguardo nell’orizzonte, tutto e tutto appariva come eguale. Poi ho scoperto una rosa in un angolo di mondo, ho scoperto i suoi colori e la sua disperazione di essere imprigionata fra le spine. Non l’ho colta ma l’ho protetta con le mie mani, non l’ho colta ma con lei ho condiviso il profumo e le spine tutte quante”. In questa settimana a Teheran c’è un meeting che commemora Ḥafeẓ, il grande poeta persiano vissuto fra il 1325 e il 1390. Molti studiosi, in un seminario svoltosi nella capitale iraniana, ne hanno ricordato la profondità dei temi trattati, la bellezza dei versi, la loro incredibile vivacità e attualità. Ovviamente argomenti come l’amore, anche quello erotico, restano eterni e universali. E non son nuovi i paralleli che avvicinano la poetica di Khāje Shams o-Dīn Moḥammad Ḥāfeẓ, questo il suo nome per esteso, ai trovatori provenzali o agli stilnovisti nostrani. Ma la scoperta è sempre nuova e gli spunti riflessivi possono risultare molteplici, fra gli esperti e fra i neofiti che in patria o in altre latitudini s’avvicinano alla lirica, grazie ai tratti tipici della grande poesia che supera epoche e confini territoriali.

Perciò questo personaggio dalla memoria straordinaria, che recitava a mente il Corano (da lì il nome e la provenienza: Ḥafeẓ-e Shīrazī) oltre che diverse opere dei mistici sufi come Rumi e Nizami, resta incredibilmente vivo e attraente. E veneratissimo. Basta recarsi, appunto, a Shīraz e visitare la sua tomba, un’opera degli anni Trenta dell’archeologo francese Godard. Ci si immerge in un luogo magico, nel parco di Musalla inghirlandato di rose, i cui profumi si mescolano ai fiori d’arancio irrigati, come in ogni paradisiaco giardino persiano, da canaletti d’acqua. Il via vai è perenne, semplice e raffinato, assolutamente gioioso. Vi giungono da ogni dove comitive e scolaresche. Lo visitano coppie d’innamorati e famiglie mature con prole adulta. Tutti sfiorano la tomba d’alabastro del vate, lo omaggiano leggendone strofe su libretti o direttamente su una stele marmorea posta accanto al tempietto sopraelevato. Festa, sorrisi, desideri si mescolano sui volti, anche quelli delle non poche ragazze in chador che s’uniscono alle cosiddette mal velate, fiere e compiaciute, quest’ultime, di hijad coloratissimi e quasi sbarazzini. Dopo sette secoli ridono, piangono, sognano tramite la poesia, sotto i veli e nel profondo del cuore.

Enrico Campofreda

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Enrico Campofreda

Giornalista. Dal 1985 al 2000 ha scritto di sport su: Paese Sera, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Giornale, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport. Dal 2006 al 2011 di politica sociale ed estera su Il Manifesto e Terra. Attualmente scrive di politica estera per alcuni quotidiani online. Ha pubblicato: – L’urlo e il sorriso, 2007, Di Salvo, Napoli – Hépou moi, 2010, ABao AQu, Rovigo – Diario di una primavera incompiuta, 2012, ABao AQu, Rovigo – Afghanistan fuori dall’Afghanistan, 2013, Poiesis, Alberobello

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